Quanto ti costa avere un customer service di bassa qualità?

Quanto ti costa avere un customer service di bassa qualità?

Tanto. Un customer service di bassa qualità può essere un problema per la tua azienda. Perché il cliente insoddisfatto non è solo un cliente che non tornerà più nel tuo negozio, ma anche una persona che parlerà male della tua azienda. Quanti modi ci sono per diffondere la propria opinione? Prima c’era solo il faccia a faccia, magari il telefono. Oggi sono tanti grazie all’avvento e alla diffusione dei social. Basta un tweet o un aggiornamento di status per influenzare l’opinione di tanti potenziali clienti. Fare customer care con i social è diventato un obbligo anche per le piccole e medie imprese. Il social media fail è dietro l’angolo, lo sai, e le perdite dovute a un’assistenza poco efficace non possono essere ignorate. I dati di questa infografica parlano chiaro: un customer service poco efficace costa alle aziende americane 83 miliardi di dollari. Cifra interessante che si spiega in questo modo: Il 63,9% dei clienti sostiene che il customer service è più importante del prezzo quando decidono di continuare ad acquistare beni e servizi da un’azienda e il 55% è disposto a pagare di più per avere un servizio migliore. La stoccata finale: l’89% dei clienti che sperimentano un customer service di scarsa qualità abbandona l’azienda a favore del concorrente. Non basta arrivare prima, non basta avere un buon prodotto o servizio: devi curare il singolo cliente dal primo momento in cui crea l’interazione con la tua azienda Negli ultimi anni l’universo del customer service è cambiato radicalmente con i social e in particolar modo con Twitter. Questo strumento è particolarmente usato dai clienti grazie all’immediatezza, alla semplicità con cui ti permette...
Twitter per azienda: lo stai usando bene?

Twitter per azienda: lo stai usando bene?

Non è facile, sai? Basta un attimo per cadere in errore e gestire male la forza di Twitter. Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Twitter è il social network che ha cambiato completamente la comunicazione online. La brevità del tweet ha imposto ritmi diversi. Ritmi sintetici. Poche battute, poche regole da rispettare, tanti contenuti da veicolare. Banale come definizione. Twitter non è solo un surrogato del feed, non è un luogo dove postare in automatico gli aggiornamenti del blog. Questo vale soprattutto per chi vuole utilizzarlo come strumento aziendale. Usare Twitter per dare forza alla tua azienda è importante. Anzi, è un’azione virtuosa che troverà il favore dei tuoi clienti. A patto che lo usi nel modo giusto. Cerchiamo di individuare insieme la strada per fare business con Twitter. Interazione Ho già accennato a questo aspetto. Twitter non è l’alternativa al blog ma un canale diverso. Un canale con un proprio linguaggio e dinamiche ben precise. Twitter è sinonimo di interazione: è un social perfetto per creare discussioni, scambi di opinione, conversazione. Ed è proprio nella conversazione – meglio ancora, nell’ascolto – che si nasconde il valore. Come azienda puoi usarlo per rispondere alle domande, per fare support e customer care. Da evitare: Twitter non è uno strumento della logica aziendale. Non puoi usare questo social solo per gridare al mondo la nascita di un nuovo servizio, o peggio ancora la qualità del tuo prodotto. Serve anche per fare buona pubblicità, certo. Ma devi usarlo soprattutto per creare connessioni. Contenuti Cosa condividi su Twitter? Contenuti. Ovvero testo, immagini, link. L’autoreferenzialità in questi casi è  il peggior nemico: condividere la qualità...
Una SEO in continua evoluzione: Intervista a Benedetto Motisi

Una SEO in continua evoluzione: Intervista a Benedetto Motisi

Abbiamo intervistato diversi esperti del panorama social italiano come Michaela Matichecchia, Cinzia di Martino e Nicola Carmignani. Ora dedichiamo l’attenzione all’universo SEO. L’ottimizzazione per i motori di ricerca è un elemento cardine di una buona strategia di web marketing, e questo settore acquista ogni giorno un’importanza maggiore. Gli esperti del settore, infatti, sono figure indispensabili all’interno di un content marketing team. La SEO cambia, si evolve, incrocia altri settori come il webwriting e il social media marketing. Per questo dobbiamo intervistare un professionista che lavora ogni giorno con l’ottimizzazione per i motori di ricerca: per questo abbiamo deciso di intervistare Benedetto Motisi. Ciao! Iniziamo dalle presentazioni: chi sei e di cosa ti occupi? Yeh-yoh! Sono Benedetto Motisi aka SEOJedi e come avrai capito dal mio “battle tag” mi occupo di ottimizzazione sui motori di ricerca e di abbattere l’Impero. Scherzi a parte, ormai da un anno a questa parte, mi sto spostando sempre più a una visione olistica del Marketing, preservando le mie competenze “specialistiche” se così si può dire (SEO, appunto, e copywriting). Come hai iniziato la tua attività SEO? Ho iniziato nella redazione online di Radio Radicale a “fare web” seriamente dopo piccole esperienze nel settore videoludico prima, che ho ripreso successivamente nel biennio in cui ho lavorato in HTML.it – lì sono stato folgorato sulla via della SEO per la prima volta, e ho approfondito la materia in corsi successivi (lo storico SEO Training di cui sono stato in seguito anche coordinatore) prima di diventare un Web Hunter freelance indipendente come un Boba Fett del Marketing. Meglio lavorare come freelance o in agenzia? Entrambi. Seguo progetti in single player ma in realtà è...
Breve storia della Native Advertising

Breve storia della Native Advertising

L’argomento native advertising, quel tipo di pubblicità che si integra con i contenuti del sito che la ospita, si basa su un concetto è semplice: proporre un messaggio omogeneo con linea editoriale, grafica e stile della piattaforma. La pubblicità non è più un elemento di rottura. Ovviamente ci sono delle regole da rispettare per integrare la native advertising con il tuo brand perché ci allontaniamo dal classico pubbliredazionale o dai comunicati stampa. Fare native advertising vuol dire dichiarare l’inserzionista e la natura del contenuto, e proporre contenuti realmente utili. Ma sai come nasce questa forma di pubblicità? Non è legata a internet, questa strategia era già presente nei primi anni del XX secolo: ecco una breve storia della native advertising che ho scoperto sulle pagine di contently.com. 1900/1910 – Contenuti e contesto Già in questi anni la pubblicità si coordinava con la copertura mediatica. In questo modo i brand potevano inserirsi all’interno delle notizie, ed è nella prima decade del XIX secolo che troviamo i primi pubbliredazionali. I brand pubblicavano annunci con lunghi testi in giornali e riviste, raccontando la storia della propria azienda all’interno di un una cornice editoriale. Un esempio: Theodore MacManus della Cadillac scrisse The Penalty of Leadership, un testo che spiegava perché le aziende con un ottimo standard di eccellenza diventano obiettivi degli invidiosi, e lo pubblicò come annuncio pubblicitario in un giornale dell’epoca. 1920/1930 – Radio, sponsored story e brand In questo periodo storico si è diffusa la radio come strumento dell’advertising. Una nuova forma di pubblicità si stava imponendo: le narrazioni entrano nelle case delle persone senza copy e illustrazioni. La free-form radio non poteva sostenersi, e l’American...
5 trucchi da vero persuasive copy

5 trucchi da vero persuasive copy

Un buon hosting ha un compito ben preciso: ospitare le tue risorse e permettere al tuo sito web di essere reperibile. L’utente si connette, il browser entra in funzione e il sito appare nella finestra. Il server risponde alla perfezione e tutto va nel migliore dei modi. Ora è il turno del design, dell’interfaccia e dell’usabilità: ora devi accogliere il pubblico in un ambiente friendly, facile da navigare, piacevole. I colori devono veicolare un significato. E il testo? Il testo ha un compito ben preciso: convincere. Anzi, persuadere. Servono descrizioni del prodotto e del servizio, certo, ma anche in questo caso c’è un obiettivo: convincere il lettore, modificare idee e infrangere pregiudizi. Impossibile? Beh, basta dare informazioni utile e usare un po’ di persuasive copy. Vuoi qualche esempio? 1. Riprova sociale Iniziamo dalla base. La riprova sociale è quel principio che porta gli individui a considerare con una luce migliore ciò che viene apprezzato da altre persone. È lo stesso principio che si cela alla base dei counter al fianco dei bottoni social. Come si declina questa leva nel mondo copy? Con i testimonial, ovvero persone che hanno già provato il prodotto o il servizio e decidono di lasciare opinioni positive. Ovviamente maggiore è il potere sociale delle persone che lasciano la propria opinione e meglio è. Qualche consiglio per far funzionare al meglio i testimonial: accompagna le parole con i volti umani, usa nome e cognome, inserisci un indirizzo o un riferimento che permetta al testimonial di essere rintracciato. Lascia sempre che sia la verità a parlare. 2. Scarsità Le persone hanno una gran paura del tempo che scorre. Di...
Il segreto sta nella condivisione: la parola a Rudy Bandiera

Il segreto sta nella condivisione: la parola a Rudy Bandiera

Esatto. Questo è il segreto. Non puoi lavorare nel settore social senza una buona attitudine alla condivisione: devi essere in grado di creare contenuti di qualità, ma anche di condividerli. E io conosco una persona veramente in gamba in questo settore. Se lavori nel settore social lo conosci sicuramente. Socio di Netpropaganda insieme a Riccardo Scandellari, esperto di social media marketing e digital strategy, formatore e persona (a mio parere) squisita: oggi l’intervista la giriamo a Rudy Bandiera. Ciao! Iniziamo dalle presentazioni: chi sei e di cosa ti occupi? Ciao, mi chiamo Rudy Bandiera, sono un giornalista che si occupa di nuovi media, sono un imprenditore, sono da poco uno scrittore (ma questo è ancora un segreto) e sono anche uno che mangia molta moltissima carne di maiale. Questo no, questo non è un segreto. Racconta ai lettori come hai iniziato. Ho iniziato… cioè come ho iniziato con quello che faccio oggi? Beh, ho iniziato grazie alla passione, tenendo un blog personale, come capita a moltissimi che fanno il mio lavoro. Ho iniziato a fare le uniche due cose che sapevo fare, osservare e scrivere. Meglio lavorare come un lupo solitario o in team? Bella domanda tosta. Entrambe le cose le ho fatte, ed entrambe le cose hanno lati negativi e positivi. Dico una banalità: in team è meglio se si trovano le persone giuste, e la cosa è molto molto complessa. Come inizia la tua giornata? E come continua? Inizia con una doccia alle sette e mezza, una colazione con un filoncino al prosciutto crudo (ricordi la prima risposta), poi ufficio, in genere. E da li si parte...
Essere blogger non basta

Essere blogger non basta

O almeno non basta più – oggi, nel 2014 –  essere blogger nel senso classico del termine. In passato tutto si basava sulla scrittura, sulla pura e semplice capacità di elaborare testi. D’altro canto questo è il ruolo del blogger, giusto? Scrivere, incastonare consonanti e vocali in una pagina o in un articolo per dare forma a un progetto. Per riempire il vuoto. Nell’immaginario collettivo è ancora così. Il blogger scrive e pubblica i contenuti. Ma questa è solo la fase finale del suo lavoro. Oggi la scrittura, la capacità di articolare periodi in modo più o meno ordinati, è solo una delle caratteristiche del blogger. Non basta creare contenuti per ottenere un blog valido. Non basta per i lettori che hanno sempre maggior scelta ed esigenze più specifiche, e non basta neanche ai motori di ricerca. Blogging e social Pensa alla gestione dei commenti: il tuo blog è solo una piattaforma per postare contenuti o un luogo di discussione? Chi ha creato un contenuto è anche in grado di stimolare la conversazione? Magari è anche capace di creare engagement sui social, di leggerne le statistiche e di risollevare l’azienda da un epic fail? Inutile basarsi solo sul posizionamento, sui risultati di Google. I lettori ti seguono e ti trovano anche attraverso Twitter, Google Plus e Facebook: tu devi essere in grado di presentarsi nel migliore dei modi. Ma devi anche interagire, rispondere ai commenti e magari alle critiche. La fusione dei risultati di Google con l’universo G+, ad esempio, ha reso imprescindibile una pianificazione dei contenuti e delle interazioni su questa piattaforma. Blogging e scrittura L’essere blogger abbraccia...
Come aumentare le conversioni con un semplice bottone

Come aumentare le conversioni con un semplice bottone

Il tuo blog ha un obiettivo: portare i lettori verso una landing page. E anche questa risorsa ha un obiettivo ben preciso: convertire. Esatto. La pagina di atterraggio deve trasformare un lettore in un utente per la tua attività. Ci sono landing page pensate per vendere prodotti e servizi, altre ottimizzate per acquisire contatti (dette anche squeeze page) e altre ancora per permettere il download gratuito di una risorsa. Cosa caratterizza tutte queste pagine? La presenza di un bottone con una call to action. Ovvero con una frase che richiami l’attenzione dell’utente e lo inviti a compiere un’azione. Sembra un dettaglio insignificante (invece del bottone posso inserire un normalissimo link) eppure questo stratagemma permette di ottimizzare le conversioni della pagina. Ma ci sono dei consigli che possono aiutarti a ottenere risultati sempre migliori. Forma, colore e posizione I bottoni che funzionano meglio sono quelli con i bordi arrotondati, con ombre simili a quelle di un pulsante reale. Inoltre deve essere cliccabile, deve simulare l’effetto del click nel momento in cui lo schiacci. Detto in altre parole deve sembrare un bottone reale. E deve avere un colore rassicurante, capace di tranquillizzare l’utente che sta per effettuare la sua scelta. Il rosso ricorda il pericolo, qualcosa di vietato, il verde invece si avvicina a qualcosa di piacevole e di non pericoloso. Per approfondire ti consiglio di dare uno sguardo a questo articolo. Ancora un dettaglio: ricorda di dare spazio bianco intorno al pulsante. In questo modo eviti di chiuderlo e di attirare l’attenzione dell’utente con altri elementi. Ricorda che quel pulsante deve essere ben visibile perché è l’elemento più importante della...
Webwriting, strategia e buoni contenuti: intervista a Cristiana Tumedei

Webwriting, strategia e buoni contenuti: intervista a Cristiana Tumedei

Senza contenuti non si va avanti nel mondo del web. Lo sai bene, conosci il valore di questa attività. E sai bene quanto sia utile per un blog, per un sito web e per una strategia di social media marketing avere contenuti degni di tale nome. Sai qual è la soluzione? Lavorare con professionisti capaci di scrivere per il web. Esatto, sto parlando di webwriter in grado di organizzare, pianificare e limare le parole intorno alle esigenze del pubblico. Oggi la nostra attenzione è tutta per Cristiana Tumedei, digital strategist, copy e blogger. Ciao! Iniziamo dalle presentazioni: chi sei e di cosa ti occupi? Ciao! Sono Cristiana Tumedei. In rete mi trovi come @cristumedei. Di cosa mi occupo? Non sai quanto vorrei potertelo dire usando una sola parola! Va beh, dai, ci provo. Sono una strategist, una consulente di comunicazione e marketing. In sostanza, do una mano a chi ha tanto da dire ma non sa come fare. Sia fuori, che dentro la rete. Racconta ai lettori come hai iniziato. A un passo dalla laurea in Scienze Politiche – indirizzo Scienze Internazionali e Diplomatiche – decisi che era arrivato il momento di dar forma alle mie passioni. Così, iniziai a collaborare con alcune Agenzie di Comunicazione. Mi sono subito ritrovata fra comunicati stampa, attività di copywriting, pianificazione. E non solo. Mi sono anche messa alla prova come account. La passione per il web è arrivata in un secondo momento. Sì, sono una persona sospesa tra analogico e digitale. Forse è per questo che – ogni tanto – sento l’esigenza di staccare. Meglio lavorare come un lupo solitario o in team? Lavorare...
L’arte di vendere qualsiasi cosa (anche online)

L’arte di vendere qualsiasi cosa (anche online)

La tua presenza online ha uno scopo. La tua presenza sui social network ha uno scopo. La tua presenza sulle piattaforme di blogging… beh, sì anche questa ha uno scopo. Quando hai un’azienda devi sfruttare le possibilità, le occasioni che ti vengono offerte dal web. Per questo hai deciso di esserci, anche se la presenza non è sinonimo di successo. I risultati non si raggiungono con la semplice presenza. Per raggiungere i tuoi obiettivi devi lavorare a 360 gradi, devi rinforzare tutti gli aspetti del tuo business (brand, social, seo, advertising) ma soprattutto devi saper vendere. Devi essere in grado di vendere qualsiasi cosa. O quantomeno devi conoscere bene i principi del buon venditore. Strano, vero? Ci sono delle regole in questo mondo che valgono per tutti, anche per chi non sta vendendo niente e ha solo bisogno di creare connessioni, di promuovere un contenuto gratuito, di fare lead generation. Le regole della buona vendita aiutano sempre. per questo ho apprezzato subito questa infografica. Commentiamo insieme i vari passaggi? Punta sulla fiducia Per vendere qualcosa hai bisogno di un ingrediente magico: la fiducia. Ma questa regola vale per qualsiasi azione che contempli la presenza di due o più persone. Anche per lavorare con la pubblicità, con il blogging o i social network hai bisogno di fiducia: credi che basti inserire un banner o fare native advertising per raggiungere l’obiettivo? Lavora sul trust, fa’ in modo che il tuo brand sia collegato a valori positivi. Lascia parlare La regola base per avere buoni risultati nel mondo dei social e del blogging: ascoltare. Non solo lasciar parlare senza un filo logico,...