7 social epic fail italiani da ricordare in eterno

7 social epic fail italiani da ricordare in eterno

Ho già accennato all’importanza dei social nelle dinamiche aziendali, e soprattutto a quanto siano importanti nel settore del customer care. Le aziende possono aiutare i clienti a trovare la soluzione anche con i social: basta un tweet e un messaggio su Facebook e tutto si risolve. O quasi. I social ti aiutano a fare support, ti permettono di individuare dei dati che non avresti trovato facilmente, e fanno parte della tua content marketing strategy. Ma possono anche trascinarti in basso, molto in basso. Basta mettere un piede nel social media fail. Il social media epic fail è il classico errore che viene trascinato oppure non riconosciuto come tale, e che si trasforma in una valanga con una velocità degna del miglior circuito virale. Basta un attimo per sbagliare e rendere il tuo brand indimenticabile. In negativo, ovviamente. Ecco qualche link da salvare nei preferiti per non dimenticare (ho fatto una selezione solo tra i casi nostrani). Algida Uno dei social media fail più famosi tra gli addetti ai lavori. In occasione della festa della donna la Facebook Fan Page dell’Algida pubblica una foto di un gelato: “Una rosa al cioccolato per tutte le donne”. Peccato che ci sia poca somiglianza tra una rosa e il gelato nella foto che in realtà ricorda ben altro. I fan iniziano a commentare la foto. I responsabili se ne accorgono e rimediano all’errore pubblicando un’altra foto sicuramente migliore. Piccolo problema: l’immagine è stata presa da Flickr senza mostrare la fonte. Un errore sotto un certo punto di vista ancora più grave. Trenitalia La principale società italiana per la gestione del trasporto ferroviario ha...
Vuoi accorciare le distanze tra autore e lettore?

Vuoi accorciare le distanze tra autore e lettore?

Sai qual è il modo peggiore per fare blogging? In realtà non esiste un modo migliore o un modo peggiore per fare blogging. Esistono delle strade che portano a risultati più o meno soddisfacenti, e tutto dipende dai tuoi obiettivi. Nulla può essere definito a priori, ma c’è una caratteristica che non riesco a capire […]

Sai qual è il modo peggiore per fare blogging? In realtà non esiste un modo migliore o un modo peggiore per fare blogging. Esistono delle strade che portano a risultati più o meno soddisfacenti, e tutto dipende dai tuoi obiettivi. Nulla può essere definito a priori, ma c’è una caratteristica che non riesco a capire fino in fondo: la distanza con il lettore. Molti blogger non fanno altro che aumentare la distanza tra chi legge e chi scrive, forse perché in questo modo pensano di presentarsi come una voce autorevole. In realtà rischiano di ottenere il risultato opposto. Ovvero di allontanare un lettore che non ha alcun bisogno di un professore che detti la propria agenda. No, no di certo. Il blog è uno strumento per entrare in contatto con le persone: serve a creare condivisione e non divisione. Chi sei Per questo il tuo compito è semplice: eliminare le distanze tra autore e lettore. La prima operazione è semplice, quasi banale: mostrare il proprio viso. Le persone che leggono hanno un gran bisogno di guardarti in faccia e di scoprire il tuo nome e cognome. Anche quando pubblichi su un blog aziendale evita l’account con il logo: lascia spazio alle persone che lavorano con te, e ai relativi avatar. Le operazioni da svolgere sono semplici: Crea una pagina about con le foto. Inserisci la tua immagine nel servizio Gravatar. Attiva l’authorship per ogni autore. Attiva un box autore alla fine di ogni post. Attraverso queste operazioni riuscirai a dare un’identità a tutte le tue pubblicazioni. Ma non basta: devi avvicinarti al lettore anche attraverso la scrittura. Ovvero attraverso...
Abbiamo bisogno di un content marketing team

Abbiamo bisogno di un content marketing team

In principio era il lavoro diviso in settori chiari, distinti, non influenzati. In principio si lavorava così, divisi da compartimenti stagni: da una parte c’era il SEO, da un’altra parte c’era il settore social e poi la grafica. Il webwriter non c’era ancora. Poi i motori di ricerca hanno dettato un passo differente, hanno iniziato […]

In principio era il lavoro diviso in settori chiari, distinti, non influenzati. In principio si lavorava così, divisi da compartimenti stagni: da una parte c’era il SEO, da un’altra parte c’era il settore social e poi la grafica. Il webwriter non c’era ancora. Poi i motori di ricerca hanno dettato un passo differente, hanno iniziato a puntare su contenuti di qualità. E i social hanno acquisito un peso diverso in una strategia di web marketing. Il lavoro isolato, diviso in reparti indipendenti, è diventato obsoleto. Anzi, è diventato controproducente. Perché il risultato è nettamente inferiore quando si ostacolano le sinergie tra il tuo gruppo di lavoro. Facciamo un esempio banale: il webwriter. Chi scrive contenuti per il web deve essere in piena sintonia con le persone che si occupano della SEO, e deve collaborare con la sezione social e perfino con il reparto che si occupa del customer care. Il motivo? Tutto deve seguire una linea editoriale, un tone of voice definito. Ognuno ha le proprie competenze, certo. Ogni settore del tuo business ha delle conoscenze specifiche, delle attività che non possono essere condivise con gli altri membri del team. Ma in un content marketing team, ovvero in una squadra che vuole studiare e creare i contenuti necessari per promuovere la tua attività, c’è bisogno di una sinergia di fondo. Il punto è semplice: i motori di ricerca e gli utenti hanno sete di contenuti. E per migliorare la produzione di questo “nettare” così prezioso per la tua attività hai bisogno di comunicazione, di collaborazione tra i diversi settori. Certo, tutto vero. Ma ha anche bisogno di una figura...
Social media marketing: forse non conosci questi tool…

Social media marketing: forse non conosci questi tool…

Lo sai che per fare social media marketing hai bisogno di conoscenze specifiche? Non puoi lanciarti in questa avventura senza conoscere il linguaggio, le metriche, le abitudini degli utenti e le caratteristiche della piattaforma. Il social media marketing è un settore che ha bisogno di competenze. Punto. Su questo non si discute. Poi ci sono […]

Lo sai che per fare social media marketing hai bisogno di conoscenze specifiche? Non puoi lanciarti in questa avventura senza conoscere il linguaggio, le metriche, le abitudini degli utenti e le caratteristiche della piattaforma. Il social media marketing è un settore che ha bisogno di competenze. Punto. Su questo non si discute. Poi ci sono i ferri del mestiere, quei tool che puoi usare per interagire con i social. Ci sono alcuni ostacoli che puoi superare solo con il tool giusto. Tu hai già creato una cartella sul browser con tutti gli strumenti per operare nel migliore dei modi possibili? Ti lascio alcuni indirizzi che (forse) non conosci. Twitonomy Per gestire i social, e in particolar modo Twitter, c’è Hootsuite. Ma l’alternativa che io consiglio è Twitonomy. Ovvero una piattaforma per analizzare tutte le azioni che ruotano intorno al tuo account Twitter come i retweet, le menzioni, le parole chiave. Io lo uso soprattutto per la sua funzione followback: in un attimo ti dice chi ti segue, chi non ti segue più e chi ha abbandonato l’account. Ci sono persone che non twittano da anni! Perfetto anche per monitorare le liste di Twitter! Datawrapper Devi creare delle presentazioni efficaci su una pagina web? Devi rappresentare dei grafici in modo interattivo e non banale? Ti consiglio Datawrapper, applicazione dedicata esclusivamente all’elaborazione e alla rappresentazione dei dati. Un motivo in più per usare Datawrapper? Te ne lascio due: riduce il tempo del tuo lavoro in modo drastico, è un software libero. Meglio di questo… Onepress Social Locker Il modo migliore per valorizzare i tuoi contenuti online. Si tratta di Onepress Social Locker, un...
Native advertising: come integrarla con il tuo brand

Native advertising: come integrarla con il tuo brand

Iniziamo dal principio: cosa è la native advertising? Parliamo di native advertising quando ci troviamo di fronte a contenuti pubblicitari che si integrano all’interno di una piattaforma (ad esempio di un social o di un blog) e che indicano chiaramente chi è l’inserzionista. Ma la native advertising non si limita a questa definizione. Questo tipo […]

Iniziamo dal principio: cosa è la native advertising? Parliamo di native advertising quando ci troviamo di fronte a contenuti pubblicitari che si integrano all’interno di una piattaforma (ad esempio di un social o di un blog) e che indicano chiaramente chi è l’inserzionista. Ma la native advertising non si limita a questa definizione. Questo tipo di pubblicità si fonde all’interno dei contenuti “nativi”, ovvero dei contenuti originali della piattaforma. In altre parole, la native advertising ribalta la concezione tipica della pubblicità. Non è un messaggio da evitare (magari fastidioso nel suo interrompere l’experience della navigazione) ma contenuto integrato, in armonia con linea editoriale e design. La native advertising, quindi, sembra la soluzione a tutti i mali. Eppure, come sottolinea anche il post di Tagliaerbe, ci sono dei limiti. Gli utenti sono assuefatti dalla pubblicità online, e la ricerca di MediaBrix insinua il dubbio: i consumatori concepiscono la native advertising come un contenuto ingannevole. La soluzione per il tuo brand? Puntare sulla qualità dell’informazione che trapela da questo contenuto pubblicitario. Io mi occupo di scrittura, di blogging, e da queste statistiche di Marketingproff (fonte immagine) capisco che l’idea di native advertising è strettamente legata alla creazione di articoli, di post da pubblicare sui blog. Bene, come me la immagino la native advertising sul mio blog? E, soprattutto, come si dovrà strutturare per fare in modo che non rappresenti un pericolo per il mio brand? In primo luogo dovrà essere un articolo in tema con l’argomento. Un blog segue una linea editoriale, e anche la native advertising deve farlo: chi crea i contenuti deve studiare il blog che ospiterà l’articolo e seguirne...