[Infografica] Native advertising: è efficace?

[Infografica] Native advertising: è efficace?

Questo è uno dei grandi dubbi relativi al concetto di native advertising. Ok, ha una storia antica e non è nata ieri. Molti credono che racchiuda il futuro dell’advertising online. Ma la native advertising funziona? È realmente efficace? Secondo lo studio condotto da Sharethrough e IPG Media Lab la risposta è affermativa. Nell’arco di sette mesi hanno utilizzato tecniche di eye-tracking e sondaggi per comprendere la reale efficacia di questa forma di ADS. Il campione di riferimento era composto da 4.770 partecipanti, ed ecco i risultati più interessanti: La native advertising riesce ad attirare l’attenzione con maggior efficacia rispetto al banner tradizionale. I consumatori hanno visualizzato gli annunci legati alla native advertising il 53% in più rispetto alla pubblicità classica.   La native advertising è più efficace per il brand. I contenuti che le persone trovano nella native ADS sono quelli che vorrebbero realmente condividere con gli amici. Le persone sono più propense ad effettuare un acquisto (18% della native advertising rispetto al 9% del banner pubblicitario) e si identificano con il brand.   La native advertising viene percepito come un contenuto editoriale. Le persone consumano questi contenuti con attenzione, impiegando il giusto tempo. Possiamo dire lo stesso della classica pubblicità?   Secondo questa ricerca, quindi, la native advertising supera di gran lunga il classico banner. C’è più propensione all’acquisto, c’è un risvolto positivo per il brand, c’è sinergia. E, soprattutto, c’è un’attenzione particolare rispetto alla percezione del contenuto. Un contenuto che viene visto come legato alla linea editoriale del sito. Le persone identificano la native advertising come un contenuto originale, un qualcosa di non separato dagli articoli scritti in modo indipendente...
Come migliorare il copy del tuo sito in 15 minuti

Come migliorare il copy del tuo sito in 15 minuti

Veramente bastano 15 minuti per migliorare definitivamente il copy di un sito web? Dipende. Se parti da zero, se hai aspettato 10 anni prima di riconsiderare la necessità di migliorare i tuoi testi, forse non ti basteranno 15 giorni. A volte, però, è sufficiente curare i dettagli per dare ai tuoi scritti una marcia in più. […]

Veramente bastano 15 minuti per migliorare definitivamente il copy di un sito web? Dipende. Se parti da zero, se hai aspettato 10 anni prima di riconsiderare la necessità di migliorare i tuoi testi, forse non ti basteranno 15 giorni. A volte, però, è sufficiente curare i dettagli per dare ai tuoi scritti una marcia in più. Soprattutto per quanto riguarda la leggibilità, l’ortografia, l’organizzazione dei contenuti e delle informazioni. Ti assicuro che basta poco. Vuoi qualche esempio? Paragrafi sensati Hai letto da qualche parte che il muro di parole è un male da estirpare. Non puoi presentare i tuoi testi su una pagina compatta e senza spiragli. Così hai deciso di dividere il tuo testo in paragrafi: il lettore respira, il testo è armonico, il bianco della pagina dà equilibrio al testo. Va bene, ma assicurati che ogni paragrafo esprima un concetto finito e che non freni la lettura consequenziale. Dividere un testo in paragrafi vuol dire dare spazio e organizzazione al testo, non interrompere la lettura. L’attenzione è un bene prezioso: ogni paragrafo corrisponde a un concetto, a un ragionamento che stai portando avanti con il lettore. Frasi passive Vs Frasi attive Individua le frasi passive del tuo testo e trasformale in attive. In questo modo avrai periodi chiari e sintetici, eviterai al lettore un passaggio inutile di traduzione. Inoltre la forma passiva, senza complemento d’agente, può essere usata per nascondere la persona che ha compiuto l’azione. Attenzione ai meta dati Ti concentri su tag title e description delle pagine più importanti, ma ignori quelle secondarie. Ripeti le description oppure le salti completamente, usi tag title senza mordente, non sfrutti gli spazi utili...
Breve storia della Native Advertising

Breve storia della Native Advertising

L’argomento native advertising, quel tipo di pubblicità che si integra con i contenuti del sito che la ospita, si basa su un concetto è semplice: proporre un messaggio omogeneo con linea editoriale, grafica e stile della piattaforma. La pubblicità non è più un elemento di rottura. Ovviamente ci sono delle regole da rispettare per integrare la […]

L’argomento native advertising, quel tipo di pubblicità che si integra con i contenuti del sito che la ospita, si basa su un concetto è semplice: proporre un messaggio omogeneo con linea editoriale, grafica e stile della piattaforma. La pubblicità non è più un elemento di rottura. Ovviamente ci sono delle regole da rispettare per integrare la native advertising con il tuo brand perché ci allontaniamo dal classico pubbliredazionale o dai comunicati stampa. Fare native advertising vuol dire dichiarare l’inserzionista e la natura del contenuto, e proporre contenuti realmente utili. Ma sai come nasce questa forma di pubblicità? Non è legata a internet, questa strategia era già presente nei primi anni del XX secolo: ecco una breve storia della native advertising che ho scoperto sulle pagine di contently.com. 1900/1910 – Contenuti e contesto Già in questi anni la pubblicità si coordinava con la copertura mediatica. In questo modo i brand potevano inserirsi all’interno delle notizie, ed è nella prima decade del XIX secolo che troviamo i primi pubbliredazionali. I brand pubblicavano annunci con lunghi testi in giornali e riviste, raccontando la storia della propria azienda all’interno di un una cornice editoriale. Un esempio: Theodore MacManus della Cadillac scrisse The Penalty of Leadership, un testo che spiegava perché le aziende con un ottimo standard di eccellenza diventano obiettivi degli invidiosi, e lo pubblicò come annuncio pubblicitario in un giornale dell’epoca. 1920/1930 – Radio, sponsored story e brand In questo periodo storico si è diffusa la radio come strumento dell’advertising. Una nuova forma di pubblicità si stava imponendo: le narrazioni entrano nelle case delle persone senza copy e illustrazioni. La free-form radio non poteva sostenersi, e l’American...
Native advertising: come integrarla con il tuo brand

Native advertising: come integrarla con il tuo brand

Iniziamo dal principio: cosa è la native advertising? Parliamo di native advertising quando ci troviamo di fronte a contenuti pubblicitari che si integrano all’interno di una piattaforma (ad esempio di un social o di un blog) e che indicano chiaramente chi è l’inserzionista. Ma la native advertising non si limita a questa definizione. Questo tipo […]

Iniziamo dal principio: cosa è la native advertising? Parliamo di native advertising quando ci troviamo di fronte a contenuti pubblicitari che si integrano all’interno di una piattaforma (ad esempio di un social o di un blog) e che indicano chiaramente chi è l’inserzionista. Ma la native advertising non si limita a questa definizione. Questo tipo di pubblicità si fonde all’interno dei contenuti “nativi”, ovvero dei contenuti originali della piattaforma. In altre parole, la native advertising ribalta la concezione tipica della pubblicità. Non è un messaggio da evitare (magari fastidioso nel suo interrompere l’experience della navigazione) ma contenuto integrato, in armonia con linea editoriale e design. La native advertising, quindi, sembra la soluzione a tutti i mali. Eppure, come sottolinea anche il post di Tagliaerbe, ci sono dei limiti. Gli utenti sono assuefatti dalla pubblicità online, e la ricerca di MediaBrix insinua il dubbio: i consumatori concepiscono la native advertising come un contenuto ingannevole. La soluzione per il tuo brand? Puntare sulla qualità dell’informazione che trapela da questo contenuto pubblicitario. Io mi occupo di scrittura, di blogging, e da queste statistiche di Marketingproff (fonte immagine) capisco che l’idea di native advertising è strettamente legata alla creazione di articoli, di post da pubblicare sui blog. Bene, come me la immagino la native advertising sul mio blog? E, soprattutto, come si dovrà strutturare per fare in modo che non rappresenti un pericolo per il mio brand? In primo luogo dovrà essere un articolo in tema con l’argomento. Un blog segue una linea editoriale, e anche la native advertising deve farlo: chi crea i contenuti deve studiare il blog che ospiterà l’articolo e seguirne...
Perché alcuni post funzionano e altri no?

Perché alcuni post funzionano e altri no?

Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Questa regola, con le dovute differenze, vale anche nel mondo del blogging: non tutti gli articoli funzionano, non tutti gli articoli riescono a raggiungere gli obiettivi. Esatto. Brutta notizia, vero? Ci sono post che fanno centro, che ti aiutano a interagire con i lettori, e altri destinati […]

Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Questa regola, con le dovute differenze, vale anche nel mondo del blogging: non tutti gli articoli funzionano, non tutti gli articoli riescono a raggiungere gli obiettivi. Esatto. Brutta notizia, vero? Ci sono post che fanno centro, che ti aiutano a interagire con i lettori, e altri destinati a rimanere nell’anonimato. Perché avviene tutto questo? Hai studiato il tuo target e conosci bene l’obiettivo. O almeno pensi di aver studiato il target, pensi di conoscere l’obiettivo. In realtà brancoli nel buio (o quasi) e il tuo articolo può funzionare. Oppure no Il motivo di questa incertezza si trova a in un elemento sottile ma decisivo: la differenza tra le esigenze dei tuoi lettori e la tua prospettiva, il tuo punto di vista, il tuo egocentrismo. Perché, che ti piaccia o meno, ognuno di noi tende a essere egocentrico. La tua idea è quella vincente, il tuo punto di vista è quello che gli utenti apprezzeranno, la tua opinione smuoverà mari e monti. Tu credi che ai lettori servano notizie flash mentre cercano approfondimenti (magari le news le trovano nei siti specifici) legati alla tua esperienza personale. Vogliono case study e tu proponi un surrogato dell’ANSA, vogliono consigli pratici e tu insiste sulle filosofie dei massimi sistemi. Questione di target È una questione di prospettive. Se scrivi per il puro piacere di farlo hai carta bianca, non hai padroni. Sei libero/a di muoverti come meglio credi e di proseguire per la tua strada. Ma se hai un obiettivo da raggiungere (o meglio, se il tuo cliente ha un obiettivo da raggiungere) devi puntare...
6 modi per attirare l’attenzione sul titolo del blog

6 modi per attirare l’attenzione sul titolo del blog

Qual è la chiave del tuo post migliore? Qual è il punto che attira l’attenzione del lettore e lo trascina dalla serp o dalla bacheca di Facebook/Twitter/Google Plus fino al singolo articolo del tuo blog? Risposta semplice: il titolo. Questa stringa di testo così semplice e limitata nel numero di battute può essere un vero […]

Qual è la chiave del tuo post migliore? Qual è il punto che attira l’attenzione del lettore e lo trascina dalla serp o dalla bacheca di Facebook/Twitter/Google Plus fino al singolo articolo del tuo blog? Risposta semplice: il titolo. Questa stringa di testo così semplice e limitata nel numero di battute può essere un vero magnete, una calamita per i click del lettore distratto che attraversa il web. A volte, però, i titoli trascinano nell’anonimato gli articoli. Per catturare l’attenzione devi chiamare in causa i piccoli trucchi di un blogger navigato. Ecco un assaggio! 1. Usa i numeri Esatto, proprio come ho fatto io in questa headline. Il numero nel titolo ha un potere magnetico: attira lo sguardo e guida il dito indice dell’utente che clicca sul mouse: dare un numero finito al sapere che vuoi comunicare è un buon modo per dare al lettore quello che sta cercando. Ovvero un numero finito e ben ordinato di informazioni. La lista anticipa la sua struttura, il suo ruolo: il lettore già sa cosa troverà nell’articolo. Non conosce il contenuto, certo. Ma può immaginare la sua struttura e la sua organizzazione. Le liste sono facili da leggere, da scannerizzare, permettono a chi legge di saltare da un punto all’altro se non interessano. Quindi per scrivere un titolo accattivante basta usare i numeri? No, certo. Come suggerisce anche Luisa Carrada, la rassicurante anticipazione delle liste non è una medicina adatta a tutti i mali. E poi un blog fatto di sole liste cade nella monotonia, non trovi? 2. Gioca con le parentesi Mai provato il gioco delle parentesi? La semplicità di un...